Archiviato in: Architettura, Design, Estetica, Infrastrutture, Italia | Tag: Art Nouveau, Dal Co, Guimard, Hadid, Tafuri
Nell’ incipit di “Architettura contemporanea” gli storici Manfredo Tafuri e Francesco Dal Co si interrogano criticamente su quale potrebbe essere l’ inizio della “storia contemporanea” concludendo che sarà necessario una notevole flessibilità metodologica: “molti inizi per le nostre molte storie”.
Tuttavia, proseguono, “esiste un’ area stilistica che può fungere, “in negativo” da prologo alle vicende che seguiremo in dettaglio nei prossimi capitoli. Non è forse il movimento dell’ Art Nouveau, in tutte le sue sfaccettature e articolazioni europee, l’ estremo grande tentativo della cultura alto-borghese di costruire il “proprio” spazio, in una koinè presentata come generalizzabile ad ogni situazione e ad ogni classe?”.

I due storici intravvedono in quell’ epoca in cui operavano Victor Horta, Otto Wagner, Josef Hoffmann, Henry van di Velde e Hector Guimard “l’ ultima fiammata che brucia ogni speranza di fare della forma uno strumento rivelatore di verità.”
Molti articoli di questo Blog, non casualmente, si riferiscono spesso a quell’ intervallo temporale che dagli inizi del Novecento si trascina fino allo scoppio della prima guerra mondiale sospinto da una profonda fiducia nel progresso che si accompagna, molto spesso, ad una profonda malinconia.
Il filo rosso di questo blog si basa sull’ ipotesi che proprio quel periodo sia un periodo rivelatore per l’ interpretazione del nostro tempo presente. Ed è proprio da questa prospettiva che il pensiero di Loos appare ancor più pregnante e attuale.

Ci sono alcuni segnali di consonanza tra quel periodo storico e il presente. Viviamo come allora in un periodo di benessere e di esibita fiducia nel progresso che però sembra sempre più ridursi al ruolo di fragile maschera, non più in grado di nascondere la profonda inquietudine e nostalgia per i tempi passati. Più il mondo si sente avviato verso un periodo di progresso, benessere e pace, più sembra incombere l’ombra inevitabile di un tragico destino.
>Anche in campo architettonico ci sono alcune assonanze. Oggi, come alla fine dell’ Ottocento, l’ architettura sembra indirizzarsi verso un’ esasperata ricerca formale basata sulla fluidità e sulla continuità di forme. Dopo il postmoderno, e i suoi eclettici assemblaggi di frammenti presi dal passato, ci si è indirizzati verso una composizione architettonica opposta, basata sulla continuità formale che annulla i giunti, non è frammentaria.

Disegno di Mackmurdo del 1883 – disegno di Zaha Hadid
Come scrivono Tafuri e Dal Co parlando delle fluenze spaziali dell’ “Art Nouveau”: “il suo culto della continuità formale – che si tratti di un edificio, di un oggetto, di un’affiche o di una carta da parati – , il suo perverso naturalismo sono altrettanti simboli. Strumenti di un linguaggio che, dopo i bricolages dell’ eclettismo, si offre come compiuta struttura, essi alludono ad una totalità da riconquistare, a una pienezza dell’ esperienza da recuperare “.
La rivolta contro le eclettiche imitazioni decorative dei vecchi stili perseguita dall’Art Nouveau non si basò però su una nuova teoria estetica; L “Art Nouveau” fu una pura espressione dello spirito e dei costumi del tempo, fatti di mondanità e raffinata eleganza, ma anche di decadentismo e formalismo.
L’ assenza di teorie estetiche e un accentuato formalismo sono caratteristiche di buona parte dell’ architettura contemporanea.

Uno degli ultimi progetti realizzati da Zaha Hadid e Patrik Schumacher è il complesso delle quattro stazioni e del ponte della funicolare Hungerburgbahn a Innsbruck. Le architetture realizzate corredano un sistema tecnologicamente avanzato di trasporto ( realizzato dall’ impresa altoatesina LEITNER ) che, partendo in sotterranea, collega il centro storico della città con il villaggio di Hungerburg da dove i passeggeri possono prendere una funivia che raggiunge i 2330 metri.

Le stazioni realizzate da Zaha Hadid si contraddistinguono per le coperture a guscio in vetro curvato sospese sui basamenti realizzati in calcestruzzo. La forma delle pensiline, secondo lo studio di progettazione, è ispirata ai ghiacciai alpini: il passeggero nello scendere la scala mobile di accesso dovrebbe avere la percezione di penetrare al di sotto di una lingua di ghiaccio.
La parte basamentale in calcestruzzo è forse la parte più interessante: le forme sinuose del calcestruzzo levigato ben interpretano l’ “architettura di flussi” alla base di molte architetture di Zaha Hadid, e si dimostrano molto funzionali nel guidare il passeggero lungo i suoi spostamenti.


Hadid, funicolare Innsbruck, 2007- Guimard, Metro a Parigi, 1900
La concezione strutturale non è in fondo così diversa dalle pensiline di accesso alle stazioni della metropolitana parigina realizzate all’ inizio del ‘900 da Guimard e composte da una struttura in acciaio che sorregge un tamponamento in lastre di vetro. La natura in entrambi i casi è fonte di ispirazione.

Hadid, funicolare Innsbruck, 2007- Gaudí, Casa Batlló a Barcellona 1905–1907
Come scrivono Tafuri e Dal Co è “inutile insistere sull’ assorbimento di nuove tecnologie o di nuove istanze sociali, che opere come gli ingressi del metrò parigino di Guimard, le stazioni della metropolitana viennese di Wagner, o la Maison du Peuple di Horta a Bruxelles conterrebbero in sé. Ai nostri fini, è importante sottolineare che si tratta, in tali casi, di un compromettersi con la “materia” per trascenderla: al massimo , l’ Art Nouveau è apologia delle tecniche, mai “progettazione” della loro crisi”.

L’ involucro delle pensiline della funicolare è composto da 850 pannelli di vetro laminato a doppia curvatura tutti diversi tra di loro. Come scrive Marco Biagi sul numero 763 di Casabella :“Il passaggio dal paradigma tecnologico della prefabbricazione “standardizzata” a quello di di una prefabbricazione “customizzata” di pezzi unici comporta ricadute anche sui criteri di progetto dei particolari costruttivi”. La produzione standardizzata industriale viene quindi superata operando in un certo senso un ritorno a quella artigianale, non più seriale. Il risultato è un prodotto unico, non riproducibile.

Il riscatto dell’ artigianato era centrale anche per l’ art Nouveau. Per Tafuri e Dal Co “ si tratta dell’ ultima spiaggia su cui si attesta la difesa ad oltranza del “lavoro concreto” ; di una progettazione, cioè, che unisce al riscatto semantico il riscatto della “qualità del lavoro”. Ultimo sprazzo della Sensucht romantica, tale duplice operazione tenta di assumere un volto metropolitano: vuole immergersi come provocazione programmatica, nell’ oceano astratto della mercificazione. … Ma, principalmente, nelle magiche e decadenti atmosfere di Olbrich, di Mackintosh, di Hoffmann, è implicito un atteggiamento di “resistenza”: si resiste all’ onda del flusso monetario che tutto coinvolge, dando ad ogni cosa il volto della propria astrattezza. Si resiste ai nuovi compiti che si pongono a chi abbia il coraggio di guardare senza lenti deformanti la realtà della nuova condizione umana.”


Anche gli architetti contemporanei sembrano quasi fuggire dalla globalizzazione estetica, di cui paradossalmente essi stessi sono simbolo, trovando rifugio nella esasperata complessità formale e spaziale delle loro opere. Tale complessità è posta a suggello dell’ unicità e irriproducibilità del proprio lavoro. Ma è proprio tale complessità che rende le opere contemporanee omogenee e indistinguibili.

Guimard, ringhiera, 1904 – Hadid, mobile 2007
Come concludono Tafuri e Dal Co: “Che si tratti per l’ Art Nouveau, di una resistenza sublime è indubbio. Che in essa si celebri assai più l’esaurirsi di un mondo piuttosto che l’ apparire di nuovi orizzonti è altrettanto indubbio. Da premesse assai meno sublimi dovremo ripartire, per tracciare la storia del nostro cattivo presente” .

5 Commenti finora
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“Che in essa si celebri assai più l’esaurirsi di un mondo piuttosto che l’ apparire di nuovi orizzonti è altrettanto indubbio.”
scrivo solo per portare altri punti di vista.
“il gioco potente delle loro braccia di ferro creerà la bellezza, purchè la bellezza le guidi.”
Van de Velde, 1901, riferendosi alle macchine e all’uso incondizionato di esse per la produzione seriale di oggetti da parte dei proggettisti del nuovo stile.
“in realtà le due correnti (art nouveau e razionalismo), in apparenza distinte ed avverse, ebbero entrambe la funzione di promuovere l’utilizzazione della macchina nella creazione sia architettonica che delle arti applicate, con la differenza che il razionalismo volle fare tabula rasa d’ogni motivo decorativo e ornamentale” Gillo Dorfles, 1963, che nel suo libro “introduzione al disegno industriale” vede nell’art nouveau una figlia naturale, e di certo la più significativa,dei princìpi morissiani e preraffaeliti; si discosta, però, da essi quando accetta l’uso totale della macchina come mezzo di produzione.
risulta dunque così evidente “l’esaurirsi di un mondo” come dicono Tafuri e Dal Co?
o siamo diffronte al vero inizio dell’era del disegno industriale?
siamo sicuri che il modus operandi dell’ art nouveau non sia il padre non solo di Carlo Mollino, ma anche del vassoio putrella di Enzo Mari e del progettare “a priori” di tutto il design del ‘900?
umilmente, non sono d’accordo con i primi… buona la seconda.
Commento di berlinsky 21 Maggio 2008 @ 4:22 pmsaluti, enrico.
Grazie per il commento.
Come hai scritto: “in realtà le due correnti (art nouveau e razionalismo), in apparenza distinte ed avverse, ebbero entrambe la funzione di promuovere l’utilizzazione della macchina nella creazione sia architettonica che delle arti applicate, con la differenza che il razionalismo volle fare tabula rasa d’ogni motivo decorativo e ornamentale”
La tabula rasa d’ogni motivo decorativo non è una differenza da poco… anzi è sostanziale. E’ lì che forse si celebra “l’ esaurirsi di un mondo” e “l’ apparire di nuovi orizzonti”. C’è insomma proprio il pensiero di Loos e di altri in mezzo.
Morris osteggiava fortemente il lavoro in serie, infatti, fu uno dei primi artisti a disegnare motivi decorativi affinché artigiani e professionisti li utilizzassero nella loro opera. Contrappose al lavoro alienante dell’industria l’attività creativa dell’artista e dell’artigiano.
E’ vero che con l’ Art Nouveau si tentò di conferire qualità estetica anche ai prodotti industriali. Ma si trattava principalmente di partire dal prodotto industriale tentando di trasfigurarlo attraverso il decoro. Gli artisti migliori producevano oggetti raffinati e preziosi per un pubblico élitario: era il modo, per gli artisti, di sfuggire dall’ alienazione della produzione in serie ricavandosi ancora un ruolo nella produzione.
L’ illusione era quella di associare al prodotto un qualcosa di più, una qualità autonoma, ispirata dall’ artista, dissociabile dal valore di produzione dell’ oggetto. ( lo stesso tipo di concezione attuale: vedi quello che si definisce “made in Italy” ). Ma era un atto di resistenza.
Solo il Bauhaus, ribaltando questa posizione, accetta la forma di produzione industriale senza voler estrapolare un valore autonomo. Il designer lavora in un certo senso a priori rispetto alla produzione, partendo dalla funzione, e il valore dovuto al lavoro del progettista diventa intrinseco dell’ oggetto: è valore d’uso.
Ciao
Commento di Daniele 21 Maggio 2008 @ 9:19 pmDaniele
mi sembra comunque troppo netta la posizione di T e D’C…
Commento di berlinsky 22 Maggio 2008 @ 5:31 pmsono qui avvocato del diavolo, non amo l’ art nouveau se non in alcuni manifesti contemporanei ad essa di produzione olandese.. e tantomeno zaha hadid..
sappiamo tutti di come il bauhaus abbia aperto non un mondo, ma un delta di nuovi punti di vista e modi di lavorare, ma mi sembra innegabile la maternità della prima del mond
Molto interessanti questi paragoni visivi fra il lavoro della Hadid e lavori art nouveau.
Sono qui per caso, mi sono impossessato della copertina del Loosiano Das Andere per illustrare un post contro il “santo” del “pantotem” Loos.
Complimenti per il blog, è molto ben fatto e mi ripropongo di tornare per leggere qualcosa in più
saluti
Commento di Biz 13 Giugno 2008 @ 2:02 pmGuido Aragona
non sarebbe ora di pubblicare un altro post?
Commento di alessandro 1 Dicembre 2008 @ 11:41 pmo hai deciso di gettare la spugna come fece come loos con das andere?