Archiviato in: Architettura, Estetica | Tag: Fehn, Marmo di Carrara, Norvegia, Opera House, recinto, Snøhetta, Terragni



Il Danteum di Giuseppe Terragni e il nuovo padiglione di Fehn-
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I progetti di Fehn sembrano essere scolpiti dalla luce in cui sono immersi. Nell’ ultimo progetto norvegese la luce viene aspirata dall’ alto, come nel museo dedicato ad Ivar Aasen del 1996-2000, e sono sufficienti delle lamelle di vetro per attutirla. Le luce di Venezia viene invece filtrata violentemente dalle alte lame intrecciate di calcestruzzo di tutta la copertura, giungendo a terra astratta e immateriale.

Come dice Fehn: “Se costruisco un’ architettura nel sud della Francia o in Italia, si crea subito un’ombra, una piccola irregolarità su un muro si nota subito, mentre a nord risulterebbe invisibile. Ci muoviamo in una luce diversa, e ciò rende l’ architettura più misteriosa, più romantica, più indefinita.”
Per questo non è facile confrontare questi due padiglioni. Il padiglione della biennale è un progetto nitido e potente. Il tragico gesto veneziano della trave che si divarica in due di fronte ad un albero sembra quasi ripetersi con molto meno vigore nell’ apertura del recinto attorno al padiglione norvegese. Un’ apertura, però, di fronte al nulla.
Ad Oslo gli alberi sono sempre presenti ma osservano la scena con distacco, da una certa distanza.
Un gesto più rarefatto, apparentemente indebolito, che non è l’ effetto di una progettazione ispirata dalla saggezza e dalla pacatezza di chi è più vecchio.


Questo progetto interpreta una tipologia, forse tipicamente scandinava, che ha il suo archetipo nel progetto della Opera House di Sidney (1957-1973 ) del danese Jorn Utzon. Un edificio icona che anche recentemente ha permesso la vittoria di Sidney nella classifica delle città più riconoscibili. A quest’opera si sono recentemente aggiunte altre due “Opera House” lungo i waterfront di Copenhagen (2004) e Amsterdam (2006), progettate rispettivamente dai danesi: Henning Larsen e 3XNielsen.

Nel progetto di Oslo, come in quelli di Copenhagen e Amsterdam, dalla grande vetrata emerge la Hall su più piani in legno.

Ma solo in apparenza questi progetti sono simili. Proprio nei differenti materiali usati si comprende la grande differenza dei progettisti. Fehn, grande professionista locale, ha sempre utilizzato gli stessi materiali neutri: legno, cemento, vetro, mattoni. Materiali semplici, potremmo dire poveri. Il giovane studio Snøhetta, cavalcando il mondo globalizzato, ha invece scelto per il suo progetto il marmo di Carrara italiano, suscitando le vivaci polemiche di chi sosteneva che era meglio utilizzare il resistentissimo granito locale: più per attenzione allo spirito nazionale ( molto forte in Norvegia ) che per interesse per la sostenibilità o per i bilanci.
Le gravose condizioni climatiche nordiche hanno imposto di impiegare masselli di marmo al posto delle usuali lastre sottili da rivestimento e di limitare al massimo il numero dei giunti tra gli elementi che rappresentano possibili punti deboli nei confronti delle infiltrazione dell’umidità.

Così tutta l’opera è ricoperta da grandi masselli di marmo di Carrara, con spessori che vanno dagli 8 ai 10 cm, fino a raggiungere i 20-30 cm in alcuni pezzi speciali di bordo o di compluvio e displuvio. ( informazioni tratte da http://www.architetturadipietra.it/ ). Il resistente granito locale è stato impiegato solo nei punti più delicati come la parte di basamento che si immerge nell’ acqua salata ed è soggetta al gelo invernale.
L’ effetto finale è sicuramente molto vicino all’ idea originaria di progetto: quella di un frammento di pack artico, una sorta di candido spezzone di banchisa arenato nelle acque del porto. Probabilmente il granito locale o l’ utilizzo di rivestimenti in lastre sottili non darebbero lo stesso effetto.

Recentemente si sono sollevate molte polemiche sulle pagine dei giornali perché sembra che il marmo si stia rapidamente ingiallendo: non si conoscono ancora le cause: c’è chi afferma che sia dovuto all’ eccessiva umidità del calcestruzzo, chi all’ inquinamento dovuto alla vicina autostrada. C’è addirittura chi sostiene che andrebbe sostituito ( per il costo di 18 milioni di dollari ).
Sicuramente però, al di la del folclore della cronaca locale, questi sono gli effetti di un nuovo modo di fare architettura, più globale, in cui anche i materiali non hanno più confini.
I due progetti: quello di Fehn e quello di Snøhetta sembrano miracolosamente vicini spazialmente e temporalmente, punti di contato di due modi diversi di fare architettura e di due generazioni diverse. Il professionista che lavora nell’ ambito locale e lo studio di giovani architetti che sta realizzato progetti ad Alessandria d’ Egitto, Dubai e New York.

In questi giorni, ad Oslo, stiamo forse assistendo ad un passaggio di testimone. Probabilmente l’ ultima opera del grande maestro Fehn, e la prima importante opera nella propria terra per il giovane studio Snøhetta.
Immagini di Dag Nilsen ( Trondheim ) e Jaro Hollan

3 Commenti finora
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Bellissimo post, come gli altri. Non sapevo del museo di architettura di Fehn, grazie.
Commento di jiwaki 13 Marzo 2008 @ 1:50 pmSono passati due mesi e nessun nuovo post…non sei più il mio blog preferito.
Commento di Ale 16 Maggio 2008 @ 12:30 amHai ragione… tenterò di rimediare… Ciao
Commento di Daniele 18 Maggio 2008 @ 10:54 pm