l’altro


Live from Oslo
8 Marzo 2008, 7:54 pm
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Il cielo sopra Oslo in questi giorni richiama ancora atmosfere invernali.
Ma la sensazione di una città cristallizzata e immobile che attende il ritorno della luce è solo apparente.
Due giorni fa è stato inaugurato il museo nuovo Museo di Architettura (NAM) di Oslo. La nuova sede nasce dall’ ampliamento dell’edificio neoclassico progettato nel 1830 dall’architetto Christian Heinrich Grosc per ospitare il quartier generale della Banca Centrale Norvegese. La nuova istituzione museale raggrupperà le attività attualmente distribuite in tre sedi diverse. Il progetto è stato assegnato dal governo norvegese nel 1997 a Sverre Fehn. L’ anziano maestro, nato a Oslo nel 1924, è considerato il più importante architetto vivente del Paese.
Il progetto, di chiara impostazione, è definito dalla realizzazione di un padiglione espositivo nel cortile centrale.
Fehn nel progetto riprende il tema del recinto, già elaborato nel 1956-58 per il progetto del padiglione della Norvegia all’ esposizione universale di Bruxelles.
Il muro ha sempre avuto un valore fondante nei progetti di Fehn, sin dal progetto per il crematorio di Larvik del 1950.
Rappresenta il gesto minimo dell’ architettura: delimita lo spazio, definisce un “dentro” e un “fuori”, indica una direzione, crea un riparo.
Il recinto è il primo gesto con cui l’uomo modifica l’ ambiente naturale, manifesta l’ istinto progettuale e razionale e lascia un segno tangibile del proprio lavoro alle generazioni future.
Il recinto allude immediatamente ad uno spazio sacro.
Il termine greco “temenos”, che deriva dal verbo tagliare, definisce la recinzione e allo stesso tempo allude allo stesso spazio sacro delimitato. Nel progetto del Danteum di Giuseppe Terragni (1938) il recinto costituisce un percorso rituale e carica lo spazio interno di sacralità e mistero.
Il Danteum di Giuseppe Terragni e il nuovo padiglione di Fehn

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Anche nel progetto di Fehn si può leggere una certa tensione verso il sacro. Forse perché è il primo museo, di quelli progettati da Fehn, dedicato all’ architettura, la sua disciplina. O forse perché è l’ ultimo museo che Fehn, dall’ alto dei suoi 84 anni, ci lascerà…
I muri inclinati e massicci in calcestruzzo sembrano accentuare la sensazione di uno spazio solenne. Richiamano i muri strombati dei templi egiziani o delle piramidi Maya., ma sono anche un filo conduttore che lega i progetti museali di Fehn.
Il recinto, visto dall’ esterno, allude anche ad un volume massiccio in calcestruzzo: un’ acropoli prismatica, sulla cui sommità sembra ergersi un leggero Partenone di cristallo.Il muro protegge la fragile teca di vetro, come se fosse un tesoro.
All’ interno il volume vetrato sembrerebbe apparentemente formare uno spazio interno fluido e illimitato.
Ma la pesante copertura in calcestruzzo, sorretta da quattro pilastri massicci e primitivi, delimita lo spazio sottostante proiettando idealmente i suoi limiti fino al suolo.
Il recinto esterno non definisce lo spazio internamente. Ha piuttosto una funzione protettiva. Protegge lo spazio sacro interno dalla vista della città.
Inquadra soltanto il cielo.
E’ forse emblematico il fatto che questo è l’ unico museo di Fehn costruito in un ambiente urbano.
Il padiglione di Oslo è quasi un ribaltamento di quello veneziano progettato del 1958-62. Quello che a Oslo è un recinto massiccio in cemento, alla Biennale è uno spazio aperto e fluido, definito da pannelli vetrati e scorrevoli.

Anche le coperture sono antitetiche. Quella di Oslo si rastrema ai bordi smaterializzandosi all’ esterno a contatto con il volume vetrato mentre quella veneziana mostra tutta la sua pesantezza appoggiandosi su una lunga trave binata in calcestruzzo alta circa due metri.

I progetti di Fehn sembrano essere scolpiti dalla luce in cui sono immersi. Nell’ ultimo progetto norvegese la luce viene aspirata dall’ alto, come nel museo dedicato ad Ivar Aasen del 1996-2000, e sono sufficienti delle lamelle di vetro per attutirla. Le luce di Venezia viene invece filtrata violentemente dalle alte lame intrecciate di calcestruzzo di tutta la copertura, giungendo a terra astratta e immateriale.

Come dice Fehn: “Se costruisco un’ architettura nel sud della Francia o in Italia, si crea subito un’ombra, una piccola irregolarità su un muro si nota subito, mentre a nord risulterebbe invisibile. Ci muoviamo in una luce diversa, e ciò rende l’ architettura più misteriosa, più romantica, più indefinita.


Per questo non è facile confrontare questi due padiglioni. Il padiglione della biennale è un progetto nitido e potente. Il tragico gesto veneziano della trave che si divarica in due di fronte ad un albero sembra quasi ripetersi con molto meno vigore nell’ apertura del recinto attorno al padiglione norvegese. Un’ apertura, però, di fronte al nulla.
Ad Oslo gli alberi sono sempre presenti ma osservano la scena con distacco, da una certa distanza.
Un gesto più rarefatto, apparentemente indebolito, che non è l’ effetto di una progettazione ispirata dalla saggezza e dalla pacatezza di chi è più vecchio.

Forse è frutto dell’ atmosfera che circonda i luoghi in cui Fehn progetta. Ogni luogo è legato ad una diversa sensibilità. Come dice il maestro norvegese parlando dello spirito nordico “…, ai personaggi teatrali non viene data alcuna forma determinata (Gestalt), al contrario di ciò che accade in Italia o in Francia. Nella commedia di Gorki “I villeggianti” il protagonista si ferisce a un braccio. Se la stessa commedia fosse stata scritta in Italia, si sarebbe ucciso. Nella luce nordica i personaggi non vengono descritti nello stesso modo, sono più sfuggenti.
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In settembre a Venezia si celebrerà Sverre Fehn che disporrà, come unico ideatore, il “suo” padiglione alla Biennale.
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Nella stessa luce nordica di Oslo oltre al museo di Fehn è in costruzione il Nuovo Teatro dell’Opera del giovane studio Snøhetta.

Questo progetto interpreta una tipologia, forse tipicamente scandinava, che ha il suo archetipo nel progetto della Opera House di Sidney (1957-1973 ) del danese Jorn Utzon. Un edificio icona che anche recentemente ha permesso la vittoria di Sidney nella classifica delle città più riconoscibili. A quest’opera si sono recentemente aggiunte altre due “Opera House” lungo i waterfront di Copenhagen (2004) e Amsterdam (2006), progettate rispettivamente dai danesi: Henning Larsen e 3XNielsen.


Nel progetto di Oslo, come in quelli di Copenhagen e Amsterdam, dalla grande vetrata emerge la Hall su più piani in legno.

L’ elemento peculiare del progetto norvegese è sicuramente la copertura, un grande piano inclinato che diventa uno spazio pubblico accessibile.
I due prismi, quelli di Fehn e quello di Snøhetta, sembrano emergere dallo stesso terreno nella stessa atmosfera. In entrambi i progetti volumi rarefatti vetrati, Illuminati da una fioca luce, sono come cristalli che affiorano da una roccia levigata e tenue.
Ma solo in apparenza questi progetti sono simili. Proprio nei differenti materiali usati si comprende la grande differenza dei progettisti. Fehn, grande professionista locale, ha sempre utilizzato gli stessi materiali neutri: legno, cemento, vetro, mattoni. Materiali semplici, potremmo dire poveri. Il giovane studio Snøhetta, cavalcando il mondo globalizzato, ha invece scelto per il suo progetto il marmo di Carrara italiano, suscitando le vivaci polemiche di chi sosteneva che era meglio utilizzare il resistentissimo granito locale: più per attenzione allo spirito nazionale ( molto forte in Norvegia ) che per interesse per la sostenibilità o per i bilanci.
Le gravose condizioni climatiche nordiche hanno imposto di impiegare masselli di marmo al posto delle usuali lastre sottili da rivestimento e di limitare al massimo il numero dei giunti tra gli elementi che rappresentano possibili punti deboli nei confronti delle infiltrazione dell’umidità.


Così tutta l’opera è ricoperta da grandi masselli di marmo di Carrara, con spessori che vanno dagli 8 ai 10 cm, fino a raggiungere i 20-30 cm in alcuni pezzi speciali di bordo o di compluvio e displuvio. ( informazioni tratte da http://www.architetturadipietra.it/ ). Il resistente granito locale è stato impiegato solo nei punti più delicati come la parte di basamento che si immerge nell’ acqua salata ed è soggetta al gelo invernale.


L’ effetto finale è sicuramente molto vicino all’ idea originaria di progetto: quella di un frammento di pack artico, una sorta di candido spezzone di banchisa arenato nelle acque del porto. Probabilmente il granito locale o l’ utilizzo di rivestimenti in lastre sottili non darebbero lo stesso effetto.


Recentemente si sono sollevate molte polemiche sulle pagine dei giornali perché sembra che il marmo si stia rapidamente ingiallendo: non si conoscono ancora le cause: c’è chi afferma che sia dovuto all’ eccessiva umidità del calcestruzzo, chi all’ inquinamento dovuto alla vicina autostrada. C’è addirittura chi sostiene che andrebbe sostituito ( per il costo di 18 milioni di dollari ).


Sicuramente però, al di la del folclore della cronaca locale, questi sono gli effetti di un nuovo modo di fare architettura, più globale, in cui anche i materiali non hanno più confini.
I due progetti: quello di Fehn e quello di Snøhetta sembrano miracolosamente vicini spazialmente e temporalmente, punti di contato di due modi diversi di fare architettura e di due generazioni diverse. Il professionista che lavora nell’ ambito locale e lo studio di giovani architetti che sta realizzato progetti ad Alessandria d’ Egitto, Dubai e New York.

In questi giorni, ad Oslo, stiamo forse assistendo ad un passaggio di testimone. Probabilmente l’ ultima opera del grande maestro Fehn, e la prima importante opera nella propria terra per il giovane studio Snøhetta.

Immagini di Dag Nilsen ( Trondheim ) e Jaro Hollan